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Nazione
Italia
Regione/città
Lombardia / Codogno
www
www.brewfist.com

Storia Birrificio

Ultimo aggiornamento: Luglio 2013

Il birrificio BrewFist, situato in un piccolo comune italiano della provincia di Lodi, Codogno (o “Cudogn” in dialetto lodigiano) è una realtà birraia giovane, nata nel 2010, ma già molto importante. Una vera e propria rivelazione, frutto del talento dei suoi giovani artefici e della loro visione del mercato. 

BrewFist appare come uno dei più promettenti protagonisti del panorama artigianale birraio della nostra penisola. Dietro a questo nome ci sono basilarmente due ragazzi: Andrea Maiocchi che cura soprattutto la parte commerciale dell’impresa e Pietro Di Pilato mastro birraio laureato in scienze e Tecnologie Alimentari a Milano. Di Pilato ha un bel curriculum alle spalle e non è nuovo nell’ambiente birraio italiano: due anni dopo la laurea si è trasferito a Londra; della birra era già grande appassionato sia in termini concreti (per conoscere la birra si deve berla) sia in termini di lettura di testi specifici. Il suo primo lavoro in terra britannica lo trova quasi per caso e nientemeno che alla storica e titolata birreria Fuller’s, azienda londinese autentico pilastro della tradizione brassicola anglosassone.
Ed è questo il suo personale punto di svolta come lui stesso afferma: “sono entrato come tecnico di laboratorio, una vera e propria fortuna perché sono convinto che sia la migliore posizione per un giovane che vuole imparare il più possibile nel minor tempo possibile. Nel 2006 sono poi tornato in Italia, ho fatto qualche altra esperienza e poi è decollato il progetto BrewFist”. È decollato alla grande, va detto, perché aprire i battenti con un impianto da 30 ettolitri non è cosa comune nel microcosmo dei birrifici artigianali. “Beh”, commenta sempre Di Pilato, “quando abbiamo iniziato a pensare alla cosa abbiamo dedicato del tempo non solo a considerare quali luppoli usare ma anche a pianificare le dimensioni dell’impianto che erano le più grandi che ci potevamo permettere e, allo stesso tempo, le minime necessarie per pensare di poter essere competitivi sul mercato e diventare, nel tempo, un punto di riferimento nella realtà artigianale italiana”. Da tutto questo proviene la naturalezza con cui segue le produzioni di BrewFist. Grazie alla sua preparazione realizza birre one shot in collaborazione con birrai italiani e stranieri.

BrewFist è una realtà concreata, pronta per i grandi numeri: ampio capannone, bollitore da 30 ettolitri, capacità di cantina notevole e in crescita, spazio per futuri laboratori analisi, imbottigliatrice automatica, uffici e logistica ben strutturati. Le idee chiare pagano quasi sempre. Brewfist lavora alla grande, forte di una pattuglia di birre tutte di notevole livello. La Burocracy fa parte delle “prime nate” insieme alla 24K, una Golden Ale da 4.6% vol, alla Jale, una Extra Special Bitter da 5.6% vol., e alla Fear, una Milk Chocolate Stout da 5.2% vol.
A queste poi si aggiungeranno succesivamente la Spaceman, un’altra India Pale Ale, la Caterpillar, un’American Pale Ale, la 2 Late, una Double India Pale Ale, la XRay, una Imperial Porter, la Czech Norris, una Imperial Pils, la Heimdall, una Saison da 7.6%vol, la Terminal 1, una Pale Ale da 3.7%vol, la Chemel Light, una Bitter Ale da 4.0%vol e infine una Black India Pale Ale chiamata Green Petrol.
Rileggendo velocemente l’elenco è facile capire che l’orizzonte di riferimento dei ragazzi della Brewfist siano il mondo birrario anglosassone e quello statunitense. “In parte è questione di formazione”, spiega Di Pilato, ma è anche esigenza di chiarezza e di minor confusione nel birrificio per quanto riguarda il rifornimento e lo stoccaggio delle materie prime. Poi, sembrerà scontato ma, ribadisce Di Pilato “ci piace fare birre che piacciono a noi. Birre da bere”. Caratteristiche comuni: estrema pulizia ed equilibrio che fanno intuire la cura meticolosa dedicata ad ogni aspetto della lavorazione, dalla ricetta alla scelta degli ingredienti, fino all’imbottigliamento.

Brewfist ha fatto presto a farsi conoscere anche all’estero: se la percentuale export è ancora contenuta, i mercati crescono di numero e al trittico Spagna, Australia, Inghilterra si stanno ora affiancando Stati Uniti, Olanda, Finlandia e Svezia. Sul fronte interno il nome e il logo BrewFist, un impattante “pugno chiuso” accompagnato dalle parole Italian Ales, è ormai molto conosciuto nel mondo dei pub e birrerie. Quel mondo è, del resto, il principale target di riferimento del birrificio. Circa due terzi della produzione viaggia infatti in fusto, mentre la rimanenza è imbottigliata. “Ma solo in formato da 33 cl” dichiara Pietro Di Pilato, “non amiamo molto i formati superiori e vogliamo fare birre con una certa filosofia che non insegue a tutti i costi il mito della ristorazione, tanto per dirla tutta, ma non la rifiuta, purché sia la ristorazione a farsi avanti”.

Se la qualità è assicurata da Di Pilato e da Alessio Gatti, birraio talentuoso quanto girovago, l’altro punto focale della Brewfist è quello del contenimento dei prezzi, tasto spesso dolente della produzione artigianale italiana. “Con queste basi ci piacerebbe arrivare a produrre un milione di litri l’anno”, conclude Di Pilato, “lo scorso anno siamo arrivati a 360mila, ma saremo già contenti quando supereremo quota 500mila”. Il condizionale non esiste, perché le idee o sono chiare o è meglio non averle. Pietro e Andrea sono due ragazzi in gamba. Nel marzo 2012 hanno inaugurato il pub Terminal 1 dove è un piacere sorseggiare le loro birre in quello che è il loro locale bandiera situato a pochi passi dal birrificio stesso (che si trova in via Molinari, 5). 

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